Rieccoci, altro giro altra corsa. Altro corso, altra città, FIRENZE. E poi di nuovo Reggio per un ennesimo fine settimana da urlo. UN po di aria, un po di respiro e come sempre un altra birra barman...Vi lascio un ricordino, giusto per non annoiarvi troppo in questa settimana.
Siamo scappati, o come piace a me, siamo andati a passo svelto fuori e abbiamo cercato un posto tranquillo. Siamo saliti nel ponte e da li ancora più su fino a che nulla potesse fermarci, fino a che nulla potesse ancora una volta separarci. Non ero mai stato li prima di allora. Il fumo della ciminiera regalava ai nostri occhi un secondo cielo che alle nostre spalle segnava la strada come le briciole di Pollicino. Sarà stato uno spazio di 4 metri per quattro dove tirava un po’ di aria fresca. Per fortuna avevamo una coperta ma ancora di più una mezza bottiglia di whisky che Gabri teneva nella sua borsetta. Non avevo mai bevuto gran che fino ad allora. Qualche birra, una volta o due un sambuca, ma un discorso così pesante come il whisky liscio non lo avevo mai sostenuto. Lei sembrava abbastanza a suo agio e per non farmi pesare quei 10 anni di differenza mi sono messo a bere pure io. Il primo sorso è stato il peggiore. Quel liquido ambrato dall’odore insopportabile aveva un sapore ancora peggiore. Forte e secco ha attraversato la gola per gettarsi come un ondata di lava nel mio stomaco, bruciando e distruggendo tutto. Il sapore era indecifrabile, e la mia poca esperienza mi aveva fatto fare una sorsata troppo lunga, troppo ampia. Lei sembrava divertita, spensierata, terribilmente grande e vissuta per me. La situazione, la rissa nelle poltroncine, il bacio rubato, la fuga repentina non sembravano averla scossa minimamente. Era capace di passare dallo stato di crisi e agitazione allo stato di calma totale in un lampo e senza lasciare tracce del suo modo di essere. Io avevo il vizio di prendere tutto sul serio, di essere passionale e cercare di vivere ogni situazione fino in fondo per poi dal fondo non riuscire ad uscirne in tempo utile. L’unico modo per cercare un punto in comune sembrava abbattere tutte le nostre differenze con il whisky. Non avevo paura a stare li con lei, non avevo il batticuore che avevo con Sara, e l’emozione era lungi dal toccarmi un'altra volta forse perché i miei pensieri erano ancora rivolti ai ragazzi. Una a una il whisky eliminò tutte le barriere che avevo creato nel corso della mia vita e che per tanto tempo mi avevano impedito di viverla.
<<Ti piace?>>
<<E’ forte… troppo secco>>
<<Conosco un modo per renderlo più dolce>>
La osservavo avvicinarsi come fosse una visione. Le onde dei capelli sciolti le davano un aria più selvaggia, senza controllo, senza una legge fisica che la tenesse ferma. I miei pensieri le scivolavano addosso insieme al mio desiderio che piano incominciava a bruciare insieme al whisky. Lo vista inginocchiarsi e portarsi la bottiglia alla bocca. Si è avvicinata al mio viso spaventato e impaurito, trovando le mie labbra e gettando il liquido dentro. E caduta sopra di me baciandomi al sapore di malto, un sapore che ancora oggi ritrovo in ogni bicchiere di whisky ma che sfortunatamente non ha la stessa magia.
<<Così è più dolce?>>
<<Decisamente>>
Aveva un corpo fantastico. Morbido e compatto si strusciava sopra di me con sensualità e calore. Per quanto l’alcool mi avesse reso più sciolto e malleabile sussultai quanto mi slacciò i pantaloni. Era arrivato il momento. Nessuna candela, nessuna cena romantica o passeggiata in riva al mare. Nessun corteggiamento e nessuna preparazione psicologica. Il mio sesso seguiva il ritmo dei suoi fianchi, i suoi gemiti coprivano di poco il rumore dei miei, stupiti e increduli, ma profondi e soddisfatti. Fu molto dolce con me. Il suo essere selvaggio si quietò sopra la mia verginità che man mano si perdeva per ritrovare in lei forza e passione tenute a freno. La dolcezza iniziale era diventata da prima frenesia per poi sfociare in una passione incessante. Una passione che ci stava bruciando entrambi, una passione che non sembrava trovare una via di sfogo, una fine, ma continuava a bruciare i nostri corpi sotto la vista compiaciuta del cosmo. Nel momento di maggiore intensità, mentre le nostre vite si univano in un fluido di piacere, la luna faceva da cornice al suo volto libidinoso e appagato che ondeggiava ben più in alto della nave, ben più in alto di tutto ciò che potessi vedere e toccare e liberava i suoi istinti primordiali sul mio corpo arso di piacere. I suoi gemiti avevano acquistato più consistenza per unirsi a un ultimo mio grande grido di piacere. Ansimanti ci baciammo mentre i nostri corpi, ancora in fibrillazione terminavano la carica. Ho cercato parole, ho cercato qualcosa di bello da dirle, ma tutto ciò che la mia memoria conosceva era infinitamente scontato e inadatto per descrivere quella magia. Non so quanto sia stato magico per lei. Non so quanto quel corpo ondeggiante e quel volto sensuale e compiaciuto potesse sintonizzarsi con i miei pensieri, fatto sta che neanche lei proferì verbo e la notte ci scivolò addosso per cullarci in un sonno leggero, senza preoccupazioni, senza turbamenti o spigoli su cui sbattere la testa. Non stavo veramente dormendo. Potevo percepire nel sonno il calore del suo corpo nudo sul mio il cui peso mi permetteva di non volare e mi teneva ancorato a terra per godere di qualcosa di meraviglioso. Potevo sentire l’odore della sua pelle, la dolcezza delle sue labbra che sfioravano il mio collo, il candore delle sue mani che mi abbracciavano. Mi sentivo come un isola su cui è approdato un naufrago in fin di vita, ma non so veramente chi fosse l’isola ne chi il naufrago. Il suo respiro mi accarezzava il corpo, le mie mani sfioravano i suoi lineamenti che morbidi e lisci si modellavano per me. È stato un sonno strano. Un dormiveglia continuo e incessante su cui tutta la mia vita si è rilassata e il mio cuore ha iniziato a battere. È stato il mio ultimo sonno tranquillo e spensierato. La vita, per quanto piena di problemi e difficoltà non era riuscita a penetrare quel momento che lentamente si apprestava a diventare concreto. In quelle ore di sonno non sonno ho pensato a come sarebbe stato svegliarsi affianco a un'altra persona. A come sarebbe stato condividere il risveglio, condividere il primo sbadiglio, il primo sorriso, a come sarebbe stato condividere la mia vita futura. Dopo tanto tempo non sarei stato più solo. Non sarei più dovuto andare al cinema o a fare passeggiate al mare. Avrei avuto una compagna, una persona che avrebbe allietato i miei giorni a venire. In verità non abbiamo parlato tantissimo. Non sapevo che lavoro avrebbe fatto, dove abitava, che progetti aveva. E non sapevo neanche il suo colore preferito o il film o la canzone. Non conoscevo i suoi luoghi di meditazione, i suoi studi, la sua condizione sociale il nome dei suoi genitori, fratelli o chiunque potesse contare nella sua vita. A pensarci bene non avevo nulla che potesse aiutare le mie fantasie a modellare le nostre vite, tranne forse una sensazione di speranza e un bisogno di compagnia immediata. La solitudine mi stava uccidendo, mi stava spaccando in due inaridendomi anima e cuore. Stava creando un qualcosa che non ero io, ma che per forza di cose doveva crescere e vivere. E’ stato terribile. La stavo osservando da ormai un tempo incalcolabile quando ha aperto gli occhi. Si è alzata da me il tanto da mettermi a fuoco, di guardarmi e fissarmi negli occhi. Il buio più totale. Nessuna luce, nessuna magia, nessun calore. Solo gli occhi stropicciati di una donna che aveva bevuto troppo. Gli occhi che forse esistevano già, ma che non avevo visto, non avevo voluto vedere.
<<Ciao>>
Quattro lettere scontate e senz’anima proferite con freddezza e distacco. Nessun pudore nel rivestirsi, nessun pudore nel cercare la biancheria sparsa qua e là, mentre io atterrito e smarrito cercavo di afferrare un pensiero nel caos che si era creato nella mia testa. Nessun dialogo, nessun inizio di vita da condividere assieme. Ho avuto quasi paura di dover pagare per il servizio e forse sarebbe stato meglio così.
<<Io vado a fare colazione, vieni anche tu?>>
Non l’ho più rivista. Ho aspettato che la gente scendesse dalla nave per dileguarmi e scappare via. Il colpo subito dalla freddezza dei suoi occhi era stato troppo forte. Mi aveva menomato il cuore rendendomi un invalido che non vuole mettere la parola fine ma che la guarda con le lacrime agli occhi e il pensiero impazzito. Guardavo in alto dove qualche ora prima c’era il mio futuro e ora solo tristezza. Quella luna che aveva fatto da testimone ora era scomparsa. Non ero in grado di far finta di niente. Non ero in grado di guardarla come se niente fosse. Non ero in grado di guardarla senza farle capire tutti i miei pensieri, ma volevo conservarmi un minimo di dignità, un minimo di decenza. Non sarei stato il suo cleaneks estivo con cui pulirsi dalle fatiche del lavoro o il suo giocattolo con cui passare il viaggio di ritorno. Mi ero sbagliato. Non ero nuovo all’errore, ma questa volta era più amaro e concentrato che mai.